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Cancro: un'arma contro il dolore
L’ossicodone può sostituire la morfina

I malati di tumore che non tollerano la morfina possono sostituirla con buoni risultati affidandosi all’ossicodone a rilascio controllato. Con questo oppioide il dolore oncologico può essere contrastato con successo anche da quel 20-30% di malati che non possono utilizzare la terapia del dolore tradizoinale.



E’ giunto a queste conclusioni un pool di scienziati inglesi del Royal Marsden Hospital di Londra, esperti in tema di dolore, ed è la prima volta che una ricerca dimostra la possibilità di utilizzare con buoni risultati un preparato diverso dalla morfina. Lo studio, terminato nelle scorse settimane e presentato al Convegno internazionale Iasp (l'Associazione internazionale per lo studio del dolore) a Sidney, è stato condotto su 186 pazienti oncologici curati inizialmente con morfina alla quale è stato sostituito, nei casi di intolleranza, un oppioide alternativo.

Dei 48 pazienti sui quali è stata sperimentata la sostituzione della morfina con l'ossicodone a rilascio controllato, l'87% - secondo quanto attestato dall'indagine - ha rilevato "un'importante riduzione del dolore, evidenziando l'efficace ruolo dell'ossicodone a rilascio controllato nel dolore da cancro". La ricercatrice Julia Riley, responsabile del gruppo di lavoro ha commentato che, visti i risultati dello studio, l'ossicodone a rilascio controllato potrebbe senza dubbio divenire presto uno dei farmaci più importanti per sconfiggere il dolore nei malati oncologici".

Il Royal Marsden Hospital di Londra, presso il quale è stato realizzato lo studio, è uno dei principali centri europei di ricerca sul cancro, con oltre 30.000 pazienti ricoverati ogni anno. In questa struttura si provano trattamenti sperimentali per mettere a punto nuovi farmaci antitumorali.
 
 
La Vitamina E, e' amica degli spermatozoi
Li rende più vitali e aiuta a concepire

La vitamina E può diventare una valida alleata delle coppie che hanno difficoltà di concepimento. Può infatti aumentare la vitalità degli spermatozoi e la probabilità che la fecondazione in vitro abbia successo. Per essere efficace, la vitamina deve essere introdotta direttamente all'interno degli spermatozoi, mentre non è sufficiente aggiungerla al liquido nutritivo della provetta.



La scoperta viene da uno studio inglese, pubblicato sulla rivista Nature Chemical Biology, cui ha collaborato anche l'Università degli Studi di Milano. I ricercatori, che hanno effettuato il loro studio su cavie suine, hanno anche messo a punto un composto che si lega alla membrana esterna degli spermatozoi, aprendo un “canale” che consente l'entrata della vitamina E. "I risultati - commenta l'autore Benjamin G. Davis dell'University of Oxford - sono molto incoraggianti e suggeriscono che il metodo può essere utilizzato anche per aumentare la fertilità degli spermatozoi umani. Inoltre - aggiunge lo scienziato - potrebbe rivelarsi prezioso anche nel caso di specie in via di estinzione, per migliorare la conservazione durante il trasporto dei campioni di sperma e per aumentare il numero di embrioni ottenibili con la fecondazione in vitro".

La proteina sfruttata per fare entrare la vitamina E negli spermatozoi si attiva quando si lega allo zucchero galattosio. I dati raccolti hanno mostrato che, effettivamente, il trattamento aumenta fino a 20 volte le concentrazioni di vitamina E ; in queste condizioni gli spermatozoi vivono di più, conservano più a lungo le loro funzioni fisiologiche ed hanno maggiori possibilità di riuscire a fecondare gli ovuli in vitro. Secondo gli scienziati, la vitamina E aumenta la vitalità degli spermatozoi a causa della sue note proprietà antiossidanti.
 
 
Diabete: la causa è nel grasso.

La stessa proteina causa anche obesità
Il legame tra diabete e obesità, due mali tipici del nostro tempo, si trova nel grasso corporeo. E proprio nel grasso sta una possibile via di cura per il diabete stesso. Un ruolo chiave nella resistenza all’insulina, da cui si scatena il cosiddetto diabete due, quello che colpisce gli adulti, è rivestito infatti da una proteina presente nelle cellule adipose.


Lo hanno scoperto i ricercatori del Beth Israel Deaconess Medical Center (BIDMC) di Boston che hanno pubblicato sulla rivista Nature i risultati di un loro studio. La proteina si chiama “retinol binding protein 4” (RBP4) e, come dice il suo nome, ha il compito di legare il retinolo, ossia la vitamina A. La molecola si è rivelata complice della resistenza insulinica in un gruppo di topolini nei laboratori di Barbara Kahn, poi la stessa evidenza è stata confermata sugli uomini.

Il diabete due è una malattia che colpisce gli adulti e che rende l’organismo incapace di rispondere all'ormone insulina e quindi di regolare la glicemia. La patologia è spesso associata all’obesità, ma le cause di questo pericoloso binomio sono tuttora in gran parte sconosciute. I ricercatori della Harvard ritengono che il nesso risieda proprio nel grasso in eccesso, tanto è vero che in un primo momento si è scoperto che il gene 'GLUT4' per la proteina di trasporto del glucosio è meno attivo nel tessuto adiposo di pazienti obesi o con resistenza all'insulina. I ricercatori quindi hanno creato topolini transgenici che esprimessero poco GLU4, creando così un modello animale di resistenza all’insulina. Studiando questi animali i ricercatori hanno scoperto nel loro tessuto adiposo una concentrazione eccessiva di un'altra molecola, ossia della proteina RBP4.

La stessa proteina è stata poi cercata nelle cellule grasse dei pazienti e anche in loro è stato riscontrato un eccesso di RBP4: anzi, tanto maggiori sono i livelli della molecola, tanto più grave è il grado di resistenza all'insulina riscontrato nel malato. Gli studiosi hanno notato inoltre che i trattamenti oggi in uso contro il diabete insulino-resistente abbassano anche i livelli di RBP4.

Il prossimo passo sta nello scoprire come faccia la proteina RBP4 a “scombussolare” la capacità del fisico di reagire all’insulina. In ogni caso, i prossimi farmaci contro il diabete adulto potrebbero avere proprio questa sostanza come target d'azione. Finora questa molecola era conosciuta solo come trasportatore del retinolo, ovvero la vitamina A.
 
 
Denti sensibili: ecco le nanosfere
Combattono dolore e fastidio.

Basta una bevanda o un alimento caldo e freddo per scatenare una fitta di dolore a denti e gengive. Il disturbo è molto comune affligge milioni di persone nel mondo. Una buona notizia viene dalla Gran Bretagna, dove un team di ricercatori ha messo a punto delle nanosfere di un particolare materiale ceramico, l'idrossiapatite, in grado di riempire nei denti i 'buchi' responsabili del disturbo.


La scoperta viene dagli scienziati dell’università di Leeds. L'ipersensibilità dei denti al caldo a al freddo insorge quando rimane scoperto lo strato più profondo della dentina, attraversata da migliaia di piccoli canali pieni di fluido, che si irradiano dalle terminazioni nervose al centro del dente. Il calore, alcune sostanze chimiche e lo sfregamento possono provocare il movimento del fluido in questi canali, colpendo le terminazioni nervose e provocando il dolore. Se però questi canali sono totalmente o parzialmente bloccati, il flusso viene ridotto, arrestando il dolore. Fino a questo momento, l’unico modo di curare il disturbo era attraverso la prevenzione, con un’accurata igiene orale e con l'uso di particolari dentifrici e colluttori al fluoro che stimolano la remineralizzazione della dentina. Ora invece i ricercatori di Leeds hanno scoperto che la particella che meglio riesce a riempire questi canali è una nanosfera. Finora hanno utilizzato delle nanosfere di silice, ma il prossimo passo sarà quello di sintetizzare nanosfere di idrossiapatite, materiale già largamente usato dai medici per gli innesti di ossa o il rivestimento dei denti. Le particelle di idrossiapatite ad un determinato Ph (ossia grado di acidità) diventano infatti più piccole e di forma tondeggiante, e quindi perfette per insinuarsi nei sottili canali del dente.
 
 
NOVITA X I DENTI!!!!

Anestesia spray e ozono contro la carie, così il dentista non farà più paura

E' il sogno di tutti,

Una
microrivoluzione in grado di neutralizzare una delle paure più diffuse fra grandi e bambini (per la verità soprattutto in Italia): quella del dentista. Immaginate di poter curare una carie senza ricorrere all'odiato trapano e alle fastidiose punture per l'anestesia. Bene, presto potrebbe diventare una pratica comune in tutti gli studi dentistici. Almeno così promettono due studi americani, condotti dai ricercatori della scuola di medicina dentale dell'università di Buffalo.

Secondo gli scienziati, coordinati da Sebastian Ciancio, l'ago potrebbe presto andare in pensione, sostituito da un più innocuo spray nasale, per addormentare i denti.

L'idea è venuta ai ricercatori dopo aver scoperto che l'anestetico nebulizzato, usato comunemente in otorinolaringoiatria per gli interventi al naso, aveva come effetto collaterale quello di rendere insensibili i denti superiori. Da qui, gli scienziati hanno deciso di sperimentarlo proprio per questa sua proprietà negli interventi dentali.

Per ora lo studio è stato condotto su 85 pazienti e sarà completato entro la fine di gennaio. Fa ben sperare, anche se la dose ottimale di spray deve ancora essere messa a punto, ha spiegato il dottor Ciancio. Un secondo studio partirà a febbraio e poi il metodo verrà sperimentato su un campione più ampio.

L'altra novità riguarda le carie: in uno studio che partirà nei prossimi mesi, gli scienziati di Buffalo analizzeranno a fondo un metodo per curare i denti che sfrutta l'ozono. L'ozonoterapia permette di eliminare i batteri che attaccano il dente in modo indolore, senza dover più ricorrere al trapano.

Ma come funziona? In pratica con l'ozono si forma una patina protettiva intorno al dente che impedisce l'attacco dei batteri e neutralizza gli agenti cariogeni, impedendo la re-infezione. Una volta bloccato il meccanismo di infezione, può inziare la rimineralizzazione della lesione. Il metodo è già stato sperimentato in Europa, ma oltreoceano è una novità. Lo studio, dice Ciancio, coinvolgerà 125 persone e durerà 18 mesi. Poi, se i risultati saranno quelli sperati e verranno confermati, si potrà mettere in cantina l'attrezzo più temuto da chiunque si trovi a sedersi sulla poltrona bianca, anche solo per un controllo periodico.
 
 
DORMIRE SERVE A TENER 'SVEGLIA' LA MEMORIA.

Dormire è la migliore ginnastica per la memoria, infatti una buona notte di sonno è indispensabile per predisporre il cervello a memorizzare quel che si apprenderà nei giorni seguenti. Lo dimostra uno studio di Matthew Walker della Harvard Medical School di Boston pubblicato sulla rivista Nature Neuroscience che aggiunge un peso ancora maggiore al sonno, finora considerato importante per mettere ordine tra le cose già apprese. E invece dormire fa molto di più: gli esperti Usa hanno visto per la prima volta che la deprivazione di sonno per una notte mina le performance mnemoniche i giorni successivi, riducendo l'attivazione del centro della memoria, l'ippocampo. Dormiamo sempre meno, sottolinea Walker con preoccupazione, eppure l'importanza del sonno per il viver sano è stata più volte evidenziata. Di recente, poi, una serie di studi ha messo chiaramente in luce che il sonno è importante per la costruzione dei ricordi a lungo termine delle informazioni assimilate durante il giorno. In pratica nella veglia, durante le attività quotidiane, il cervello ingloba informazioni e forma nuove connessioni neurali (sinapsi). Di notte queste informazioni sono scremate e il cervello conserva solo quelle veramente utili, riorganizzando le sinapsi grazie alla plasticità neurale. Quindi il sonno può essere visto come un momento in cui il cervello fa ordine su cose apprese. Adesso per la prima volta, coinvolgendo 14 individui, i ricercatori Usa dimostrano che il sonno serve anche per predisporre il cervello alla formazione di nuovi ricordi nei giorni successivi. Infatti gli esperti hanno chiesto ai volontari di non dormire per una notte e il giorno seguente gli hanno mostrato 150 immagini dicendogli di ricordarle. Due giorni dopo li hanno richiamati e hanno chiesto loro di ritrovare, tra oltre 250 immagini, le 150 viste due giorni prima. Durante questo test gli esperti hanno osservato l'attività dell'ippocampo con la risonanza magnetica e misurato le loro performance confrontandole con quelle di persone senza la notte insonne alle spalle. E' emerso che gli individui che non avevano dormito hanno molta più difficoltà a ritrovare le foto e il loro ippocampo é anche meno attivo. Questo studio conferma che la carenza di sonno ha un effetto dirompente sulla memoria e dimostra che impedisce anche la formazione di nuovi ricordi nei giorni seguenti oltre che il riordino di quelli già formati.
 
 
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